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#WomanInArt: autoritratti di donne moderne e indipendenti


"Per tutti questi secoli le donne hanno svolto la funzione di specchi, dotati della magica e deliziosa proprietà di riflettere la figura dell'uomo a grandezza doppia del naturale"
-Virginia Woolf

Nel primo Novecento, un gruppo di donne intraprese un percorso rivoluzionario nell'ambito artistico, dirigendo lo sguardo su di sé e conquistandosi una carriera completamente autonoma, libera da qualsiasi dipendenza maschile. Questo periodo, noto come Modernismo, non solo si distinse per le innovazioni artistiche, ma anche per la partecipazione attiva delle donne e la libertà che esse sperimentarono nel loro processo creativo. Molte di queste artiste, influenzate dai modernisti francesi, intrapresero viaggi indipendenti in America, Asia ed Europa, seguendo la visione di Virginia Woolf e rivendicando una "stanza tutta per loro". Esse ridefinirono il significato del proprio sé, presentandolo in modo nuovo e audace.


L'autoritratto emerge come uno specchio dell'anima, un dipinto che svela come un individuo si contempla e cosa intende trasmettere di sé al mondo. Attraverso questa forma artistica, le donne hanno trovato una via per esprimere e mostrare la loro appena conquistata libertà. Senza alcun timore di rivelare le verità più intime, hanno affidato con fiducia ai loro dipinti i pensieri più profondi, i desideri, il processo di invecchiamento, e in alcuni casi, in un gesto pionieristico nella storia dell'arte occidentale, hanno dipinto il proprio corpo nudo.


Molte di queste artiste sono nate o vissute a Parigi, o l'hanno visitata. All'alba del nuovo secolo le donne a Parigi godevano della libertà di sedere in un café e di girare per le strade senza accompagnatori, di esporre le proprie opere al pubblico e di frequentare lezioni di nudo - cosa che, per esempio, in epoca vittoriana, fu permesso a poche iconiche donne come Evelyn de Morgan, artista preraffaellita.



Helene Schjerfbeck


Nel contesto di una nuova generazione di talentuose artiste, emerge la figura affascinante della pittrice finlandese Helene Schjerfbeck (1862-1946). Il suo innato talento artistico si manifestò sin dalla giovinezza: a soli 11 anni si iscrisse alla Società Artistica Finlandese, e a 18 decise di trasferirsi a Parigi, dove trascorse sei anni fondamentali per la sua formazione. Ciò che rende ancor più intrigante la sua opera sono i suoi enigmatici autoritratti, i quali non solo riflettono l'evoluzione stilistica - con l'immagine che si fa più spigolosa e frammentata nel corso del tempo - ma anche l'introspezione di una donna in lotta con il pensiero imminente della morte. Il suo ultimo ritratto, dipinto a 83 anni, diventa un potente simbolo di questa sfida. Se i primi autoritratti emanano un'aura fresca e giovanile, permeata di speranza, quelli realizzati negli anni successivi, caratterizzati da tratti minimali, rivelano una pittrice tormentata e quasi spettrale.


1. 2. 3.

  1. La pittrice in uno scatto del 1980 ca.

  2. "Autoritratto, fondo nero", Helene Schjerfbeck, 1915

  3. "Autoritratto con macchia rossa", Helene Schjerfbeck, 1944



Gwen John


"Un angolo della stanza dell'artista a Parigi", Gwen John,1907-1909

Con una tavolozza delicata e intrisa di tenerezza, gli autoritratti di Gwen John (1876-1939) sono spesso paragonati a quelli della Schjerfbeck. Grazie alla sua esperienza a Parigi, dopo aver frequentato la Slade School of Art di Londra, la John è in grado di trasmettere nei suoi dipinti il suo mondo privato, introspettivo e solitario. Nonostante le dimensioni ridotte e l'immagine di un singolo soggetto, i suoi quadri hanno un potente impatto visivo e riflessivo. Le rappresentazioni degli interni che la John inserisce all'interno dei suoi dipinti fungono da specchio per il suo mondo interiore. In "Un angolo di stanza dell'artista a Parigi" del 1907-1909, possiamo notare una mansarda angusta con alcuni dei suoi oggetti personali: fiori recisi, un ombrello e uno scialle gettato su una sedia. L'importanza di questi pochi oggetti risiede nel fatto che sono suoi, simboli della sua libertà come donna e essere umano.


"Autoritratto", Gwen John, 1902


Il suo "Autoritratto" del 1902 cattura altrettanto l'attenzione: vestita di rosso, con uno scialle che sembra esserle scivolato sulle gambe, l'artista ci guarda con un'espressione seria. Pur essendo contornata da una semplice aura leggermente dorata, l'autoritratto dell'artista attira la nostra attenzione senza "gridare", rimanendo tranquillamente ferma, consentendo allo spettatore di scrutare nel suo animo.






Paula Modersohn-Becker


Prima ancora di aver visitato Parigi, Paula Modersohn-Becker (1876-1907) rivelava per iscritto quelle che erano le sue più profonde aspettative:

"Spero di imparare molto, soprattutto perché c'é un meraviglioso corso di anatomia che viene tenuto gratis alla scuola di belle arti, che mi permetterà di rimediare alle mie inadeguate conoscenze anatomiche... In nessun altro posto alle ragazze viene offerta una cosa simile"

Anche Paula Modersohn-Becker aveva cercato rifugio a Parigi, manifestando, come Gwen John, un atteggiamento di sfida sottolineato da una sottile eleganza. Prima di approdare nella capitale francese, Paula aveva intrapreso studi tradizionali a Londra e Berlino, stabilendosi nel 1898 a Worpswede, una comunità artistica immersa nella brughiera della Germania settentrionale.


L'esperienza parigina colpì profondamente Modersohn-Becker, che rimase affascinata dai dipinti dei modernisti francesi, caratterizzati da colori vivaci e forme frammentate, ma non trascurò nemmeno le opere esposte al Louvre. A Parigi, la pittrice ebbe l'opportunità di approfondire lo studio del nudo, sfidando la sua formazione accademica rigida. Durante il suo soggiorno parigino, Modersohn-Becker creò numerose opere espressive, ma sono soprattutto i suoi autoritratti a delineare un ritratto di donna che abbracciava la propria indipendenza. In merito a questa esperienza, nel 1906 scrisse:

"Sto diventando qualcosa - sto vivendo il periodo di più intensa felicità della mia vita"

"Autoritratto, sesto anniversario di matrimonio", Paula Modersohn-Becker, 1906

Attraverso le sue opere, Paula dà vita a tele vibranti, dove forme piatte immerse in uno spesso strato di colore convivono con texture ruvide, illuminate da tonalità solari. In particolare, nel dipinto "Autoritratto, sesto anniversario di matrimonio" del 1906, l'artista si ritrae con una collana di ambra e il busto scoperto, le mani accarezzano una pancia tondeggiante, non per indicare una gravidanza, bensì come metafora della sua rinascita personale. Nonostante una vita breve segnata da complicazioni e mancanza di riconoscimenti, il suo impatto nell'arte fu così significativo che nel 1927, a Brema, venne inaugurato il Paula Modersohn-Becker Museum, il primo museo europeo interamente dedicato a una pittrice, celebrando così la sua eredità duratura.




Florine Stettheimer


Il fascino del modernismo francese ha attraversato l'oceano fino ad approdare in America, manifestandosi in tutta la sua magnificenza nell'opera di Florina Stettheimer (1871-1944), eclettica pittrice dell'era del jazz. La sua stravaganza bohèmienne le ha permesso di sintetizzare gli stili incontrati durante i suoi lunghi viaggi in Europa, dando vita a vibranti dipinti capaci di catturare la vivacità della vita di Manhattan. Con pennellate intense di rosso, verde e arancione, punteggiate da audaci tocchi di densa pittura bianca, Stettheimer dà vita a scenari che spaziano dai saldi di primavera ai grandi magazzini, dai picnic pomeridiani alle scene teatrali e agli eleganti autoritratti nudi. Fin dai suoi esordi, Stettheimer si è dimostrata un'artista radicale, come testimonia il suo audace autoritratto "Una modella (autoritratto nudo)" del 1915, dipinto senza timori a 44 anni.


"Una modella (autoritratto nudo) - 1915

Si tratta di un dipinto dai colori brillanti, che mostra il suo essersi misurata con Manet: la Stettheimer appare coi suoi capelli rosso acceso in una composizione che richiama la famosa Olympia dipinta dal maestro francese nel 1863. Mentre nel dipinto di Manet è la serva a portare il mazzo di fiori, nel suo autoritratto è la stessa Stettheimer a tenerlo da sé, forse per dichiarare la sua indipendenza.


Georgette Chen


La pregevole pittrice Georgette Chen (1906-1993) esplorò un'ampia gamma di stili. Nata nello Zejihang, una provincia cinese, la Chen trascorse gli anni adolescenziali a Parigi e viaggiò frequentemente tra Cina, Europa e Stati Uniti. Stabilitasi a Shangai studiò poi a New York e quindi a Parigi, influenzando il suo ecclettismo stilistico. In una riflessione retrospettiva dichiarò:

"Anche se appartengo alla scuola moderna, sento di non essere capace di imitare alcuno stile specifico. Dipingo quello che vedo, che sia un paesaggio o una figura"

Tutto ciò appare evidente nel suo "Autoritratto", dipinto intorno al 1934, quando nel pieno dei suoi 20 anni si era già affermata come artista di successo a Parigi. Riservata ma risoluta, Chen si impone col suo sguardo severo e inquisitorio, quasi come a volersi identificare come artista seria.




Pan Yuliang


"Autoritratto in rosso", Pan Yuliang, 1940 circa

Pan Yuliang (1895-1977) è oggi acclamata come una delle più importanti pittrici cinesi, avendo prodotto più di 4000 opere distribuite lungo una carriera durata 70 anni, ma la vita per lei non è sempre stata rosea. Rimasta orfana da bambina, si vocifera sia stata venduta ad un bordello dallo zio al quale venne affidata. Migrò poi a Shanghai dopo il 1912, imparando l'arte pittorica. Dopo la Rivoluzione del 1911 il paese venne investito da un grande quantitativo di nuove idee e possibilità, tra le quali la disponibilità di apertura verso la pittura di stile occidentale. Nel 1920 si iscrisse al Dipartimento di Pittura Occidentale dell'Accademia d'arte di Shanghai, dove in seguito avrebbe insegnato. Dopo essere andata a Parigi nel 1937, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non fece mai più ritorno in Cina. Continuò a dipingere, realizzando una serie di vigorosi ritratti, autoritratti e nudi, spesso ispirata dall'estetica del suo retaggio cinese.


Ricchi di aspetti e significati psicologici, gli autoritratti di Pan possono anche veicolare messaggi più profondi e malinconici, ne è un esempio "Autoritratto in rosso", del 1940 circa, nel quale Pan ritrae se stessa in un abito cinese, intenta a impugnare una lettera sigillata. Mentre guarda negli occhi lo spettatore, lo attira a se con sguardo sincero ma coinvolgente, emanando fiducia e desiderio in chi la osserva.



FONTE: "La Storia dell'Arte senza gli Uomini", Katy Hessel, 2023, Giulio Einaudi Editore

SI VEDANO NEL DETTAGLIO: Pagg. 120-128


APPARATO ICONOGRAFICO:



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